7 settembre 2011
NOSTALGIA, SEGNO E PRESAGIO NELL’OPERA DI ANTONIO PILATO
Non le visioni sgomentano l’uomo – ma l’ombra che si muove
sul fondo di solitari specchi o nelle gravi acque d’attesa.
Non il gesto od il grido – ma nel deserto del cuore
le lente vibrazioni di un silenzio insondabile.
MARGHERITA GUIDACCI
Su una collina che guarda Vienna sorge la chiesa dello Steinhoff, opera di Otto Wagner. Nello spazio raccolto della sua cupola si incontrano forze che «danno vita a un’unità difficile e breve», come ha colto un filosofo in un libro di bellezza inarrivabile. Uscendo dallo spazio di quella chiesa, lo sguardo si perde in un paesaggio di «pellegrinaggi infiniti» e «follie interminabili». In un momento tragico ed esaltante della storia d’Europa, a Vienna, quelle «follie interminabili» furono viste e presero allucinata consistenza nelle opere degli espressionisti.
A quel luogo e a quel tempo, e a quelle «follie interminabili», Antonio Pilato guarda non soltanto come a una preziosa eredità di riferimenti estetici e di valori formali, ma anche – e soprattutto – come a una cifra di sensi e di oscuri presagi. Di moniti.
Andare oltre la bestialità del proprio tempo. E, insieme, cogliersi in questo “oltre” e, parimenti, “altrove”. Tutta l’opera di Antonio Pilato ci consegna un itinerarium mentis et corporis in cui l’artista mette l’uomo di fronte a se medesimo, raccontandone l’esilio e la fuga, l’orrore e la bêtise, le cieche profanazioni del corpo e della mente, in ogni latitudine del mondo, al di là di ogni religione, di ogni ideologia, di ogni rito spettacolare.
La poetica della pittura di Antonio Pilato apre uno squarcio nel “cielo di carta” del mondo. È una “feritoia”, ma è anche una “ferita”. Ferire se stessi per ferire il mondo. Infliggere alla carne lo squarcio che sacrifica, di se stessi, la parte più sublime. Riappropriarsi della propria vita, quindi, anche a costo di essere costretti alla marginalità. Nutrirsi di marginalità. È solo ai margini della società che si possono conoscere, insieme all’abisso, opere splendide, opere nate nella consapevolezza, tutta beckettiana, che la massima aspirazione di un artista non possa che essere che lo scacco, la fuga. Il superamento. Essere e dichiararsi postumi. Laddove ogni possibilità di comunicare è impossibile l’artista diventa colui che denuncia ogni illusione e ogni allucinazione ideologica e, rifiutando il linguaggio delle convenzioni, ha il coraggio di farsi carico di tale solitudine, di fallire fino in fondo. Per consegnare all’umanità, nuda e bruciante, la testimonianza della propria opera.
La portata dell’opera di Pilato, opera atopica, intrisa di teologia apofatica e densa di analogie, cogenti e pregnanti - attualissime - col “basso materialismo” di Georges Bataille e con la riflessione di Delueze e Guattari sul declino dell’orizzonte umano nel nostro tempo, rivela una idea di inesauribilità e processualità dell’arte, una costante avversione verso formule critiche e mercantili che ne addomesticano l’energia, la sua concezione deimaginativa, dissonante e atonale, fino alla dissoluzione, del fare dell’arte. Pilato riesce a cogliere e a rappresentare, nelle sue opere, un fascio aperto di relazioni e di sensi in cui libertà, resistenza e sottomissione si intrecciano in una molteplicità sempre singolare e sempre cangiante.
Il carattere precipuo dell’opera di Pilato è l’inconfondibile compresenza di un’angoscia che fa ammutolire e di una lucidità che è anche limpidezza. Nella resa drammatica del colore, che si modula per scarti e schegge, si agglutina una enormità di senso da cui trabocca la plurivocità delle esperienze espressive della cultura europea cui il Nostro fa riferimento, si tratti del linguaggio musicale, filosofico, letterario. Affiora una volontà di fissare i drammi del tempo, di misurarne l’immensa portata e, al tempo stesso, una invincibile impotenza di mettere a contrasto la storia muta delle “apparizioni” che gremiscono i dipinti con tutto ciò che non si può dire, che è «indecente» dire – eppure continuamente viene detto e costituisce, ormai, il tessuto stesso del mondo.
I principi dell’iterazione e della simmetricità, con i quali Pilato fa irruzione aspra e minacciosa nel mondo dell’espressionismo, rappresentandone una delle voci più significative ed inaudite, dominano l’intera costruzione compositiva di ogni opera. Immagini di una nettezza e di una forza indicibili, che danno il senso prepotente di una incisione, la profondità cupa di una acquaforte, in cui si illuminano di fuoco vivo gli accadimenti più occulti e misteriosi dell’uomo.
Al colmo della rinuncia, sull’orlo dell’abîme, si intuisce la “simpatia” più profonda di Pilato per il destino umano e del mondo, per le creature erratiche, per i destini falciati. L’ineluttabile si abissa nella distanza, lo sguardo dell’artista coglie il destino di ogni creatura nelle sue fibre più segrete, lo ‘scopre’ dalle maschere della verità che pretendono di fissarlo, di immobilizzarlo, e ne ascolta l’irriducibile polifonia.
Nella Terza sinfonia di Gustav Mahler la pausa è segno della presenza del silenzio che diventa fondamento e misura della musica stessa. Lo stesso ruolo ha il silenzio nell’opera di Pilato. Silenzio come assenza di luce e di colore; silenzio comedeimaginazione orrifica in cui si cancellano le forme dell’umano. Più tardi sarà Webern a spalancare gli abissi nell’opera sinfonica, là dove i luoghi comuni cominciano ad aggredire la categoria dell’umano.
Per Pilato il silenzio è questo abisso. Dentro il quale la sua opera fa sbocciare il fiore triste della poesia, rimpianto o nostalgia di un mondo colto al suo occaso, al suokairos, compimento e fine.
Perché, come per Thomas Stearn Eliot, anche per Antonio Pilato «è questo il modo in cui finisce il mondo / non già con uno schianto ma come un lamento».
O torna a rinascere.
Salvo Sequenzia