2 marzo 2011
Internet può fare la rivoluzione?
Il dibattito prende vita sulle colonne di Foreign Affairs, in un articolo dal titolo “From innovation to Revolution” ed ha come oggetto il ruolo dei social media nelle recenti vicende del Maghreb.
Malcolm Gladwell, scrittore del New Yorker, si chiede, in un articolo intitolato “The Absence of Evidence”, se davvero i social media abbiano dato un valore aggiunto alle rivolte avvenute in Medio Oriente. In altri termini: senza internet le sollevazioni popolari sarebbero state possibili?
La riflessione nasce in relazione ad un articolo di Clay Shirky, “The Political Power of Social Media”, sulle colonne di Foreign Affairs, in cui l’autore sostiene che i social network abbiano dato un prepotente impulso alla diffusione di informazioni, anche abbassandone i costi. Hanno permesso, a gruppi preesistenti, di manifestare le loro idee secondo nuove regole del gioco. Shirky individua il momento topico dell’ingresso dei social media nell’arena politica nella rivoluzione delle Filippine nel 2001. In tale occasione, in migliaia si organizzarono via sms per lanciare una manifestazione che in pochi giorni rovesciò il regime. Estrada stesso, presidente delle Filippine, additò la sua fine politica alla “text messaging generation”. E’ questo forse il primo vero caso di rivoluzione tramite i social media.
Secondo Skirky, l’utilizzo dei social media non produce un risultato politico univoco o prevedibile a priori: infatti le nuove tecnologie hanno delle potenzialità che ancora stiamo imparando a sfruttare, dagli esiti ancora insondabili. A suffragio di questa tesi possiamo citare il caso della Tunisia. L’origine della rivolta ha avuto luogo quando un venditore ambulante di nome Mohamed Bouazizi, esasperato dall’umiliazione quotidiana che subiva dalla polizia locale, si è dato fuoco in piazza nella città di Sidi Bouzid.
In un Paese in cui la disoccupazione giovanile supera il 40 per cento, il gesto di Bouazizi ha suscitato molta solidarietà fra i giovani. L’indignazione conseguente ha portato i tunisini a scendere in piazza per manifestare contro il regime, arricchitosi a scapito della maggioranza della popolazione. Ciò è stato possibile solo grazie al rapido diffondersi delle immagini via web. Le immagini hanno vinto la paura ed hanno liberato sentimenti collettivi preesistenti. In tal senso si può dire che il web veicola tensioni culturali, sociali e politiche antecedenti, quindi non si può certo pensare che una rivolta nasca meramente su internet. Tuttavia, come sottolinea Manuel Castells: “Quando il potere della rete si sprigiona è difficile contenerlo, per quanto i governi cerchino di censurarlo.”
La situazione si è evoluta in maniera alquanto simile in Egitto, ove i blogger erano già molto attivi in tempi non sospetti, offrendo spazi alternativi di dialogo, capaci di dare forma a nuove vie di partecipazione sociale. Sono stati i blogger ad avere denunciato per primi le misure repressive di Mubarak contro il movimento Kifaya. Si può quindi affermare che nell’era dell’informazione globale, i tradizionali fattori che determinano il potere di uno Stato vengono messi in discussione. Come spiega Joseph S. Nye, teorico del soft power, gli Stati resteranno l’attore dominante sulla scena mondiale, ma dovranno confrontarsi con una molteplicità di attori che in passato hanno potuto ignorare, come ad esempio una quota consistente di popolazioni che in precedenza non aveva accesso al potere e all’informazione. Individui e organizzazioni sono così messi nelle condizioni di svolgere un ruolo diretto nella politica mondiale.
Fra le obiezioni a questo ordine di ragioni vi è quella di Malcolm Gladwell, come si accennava all’inizio. Egli lamenta che i social network sono efficaci per creare la partecipazione, ma la favoriscono abbassando il livello di motivazione che la partecipazione richiede. Inoltre, il ruolo dei social media, per quanto fondamentale a livello organizzativo, sarebbe piuttosto marginale tra le condizioni necessarie per una rivoluzione. In definitiva, i social media ridurrebbero il dibattito a livello di articolazione modesto, che è il contrario di ciò che dovrebbe avvenire in democrazia. Gladwell si spinge addirittura a sostenere che lungi dal favorire la democrazia, essi favoriscano il populismo.
A mio avviso i media siano dei mezzi, ovvero medium, appunto. Tuttavia sarebbe sbagliato sottovalutarne l’importanza, soprattutto in contesti di sanguinari regimi dove sono davvero l’unico canale per far arrivare le immagini prima a livello locale e poi a livello globale.
Infine, l’importanza dei media non va sottovalutata neppure per Paesi già democratici, quali l’Italia, che potrebbe giovare da una loro più massiccia diffusione, ad esempio al livello della pubblica amministrazione, eliminando lentezza e corruzione.